Angelina e il sarto

carolina
Da Cronache spigolate

In quel paesino dell’ Oltrepò pavese, circa 50 anni fa, abitato prevalentemente da contadini, “pedofilo” era un termine conosciuto da pochi, mentre tutti sapevano bene il rispetto che si doveva dare a creature più fortunate, figli e mogli di agricoltori, medici o sacerdoti, artigiani e commercianti.
La società è così da sempre, sottilmente servile con i ricchi e potenti, crudele con chi già porta le sue croci.
Angelina era una bimbetta, con qualcosa in comune con nostro Signore, nata anche lei in una stalla, piena di animali, ma dove fu anche concepita davanti ai loro occhi, quasi un inizio di una emarginazione annunciata.
Il padre mungitore al servizio di un facoltoso agricoltore, occupato in un lavoro con poco riposo, ormai aveva addosso impregnato come una seconda pelle l’odore di letame di vacche, cavalli e asini; anche il suo colore marrone scurito aveva poco di umano, lucido come il pelo del cavallo da tiro parcheggiato lì accanto, in un recinto.
Il padre aveva però il suo paradiso a portata di mano, e con la moglie obbediva ciecamente all’istinto vitale, con numerosi amplessi consumati sul fieno nella stalla – unico momento per cui valeva la pena di vivere quella dura esistenza-, con la benedizione di una Chiesa che voleva da sempre una umanità prolifica, senza controlli.
Angelina era l’ultima di sette fratelli, una bocca in più da sfamare, ma era molto amata forse più degli altri essendo l’unica femmina, di una bellezza sfolgorante fin da piccina, orchidea nata in sentieri di letame.
A otto anni venne mandata d’estate dal sarto del paese per imparare un mestiere che da subito avrebbe dato qualche vantaggio alla sua famiglia, povera ma dignitosa.
Man mano che cresceva fuori dalla mischia familiare, si era ingentilita nel linguaggio, accantonando il dialetto e imparando l’italiano con la sua voce dolce un poco strascicata, che faceva tenerezza.

Fu soprattutto il suo corpicino acerbo ad avere un vantaggio dal distacco continuo dei lavori di casa; cominciò ad avere un po’ di carne sulla ossa e due piccole mele acerbe, sbucavano dalla maglietta marrone con i capezzoli duri in evidenza, piccole nocciole solitarie in un budino di cioccolato.
Le gambe ora tornite, dritte e abbronzate, sbucavano dai calzettoni bianchi per perdersi sotto una gonna larga, azzurra come il cielo terso, col sole quasi a portata di mano che Angelina cercava di raggiungere con un salto, mentre correva verso l’abitazione del sarto.
Passarono due anni in cui la compassione per l’aiuto alla piccola e alla sua sfortunata famiglia, si perse in qualcosa di morboso e oscuro che trasformò un uomo dedito al lavoro e alla famiglia, in un angosciato cinquantenne posseduto da una tempesta ormonale che lo squassava.

-Angelina, quando suonano il campanello, vai ad aprire e ricordati di salutare con un bel sorriso e dire “buongiorno signora, benvenuta” o benvenuto!

– Va bene Sarto, rispondeva Angelina arrotando la erre e provocando nell’uomo una fitta di piacere…

-Angelina domani metti il vestito che ti ho fatto, quello azzurro, sbracciato, Ormai fa caldo, così sarai anche più comoda…-e io potrò sbirciare nella scollatura- pensava il Sarto.
Un giorno usando Angelina come un manichino vivente per la prova di una giacca, l’aveva punta con uno spillo al collo. Un impulso improvviso lo spinse a leccare quelle gocce sgorgate, vampiro improvvisato, irretito dal veleno di quel sangue impregnato da ferormoni in crescita.
Cominciò così, con regalini dopo abbracci e baci rifiutati e poi tollerati da Angelina, per paura di perdere, quella pausa di ristoro da una vita grama. E continuò con carezze insinuanti e inquiete, per giorni e giorni, pieni di paura e rimorsi dell’uomo; sempre più tentato perché tornando a casa si assolveva, addossando ad Angelina tutta la malizia che percepiva anche solo nel vedere come accavallava le gambe o quando si passava la lingua sulle labbra secche.

A casa aspettando di cenare, il sarto osservava la moglie ormai sfiorita e ingrassata che scolava la pasta scuotendo le braccia e i seni grandi e flaccidi.
-Angelina invece ha due meline dure come un sasso- pensò confrontando le due donne.
-Cosa sto facendo con quella bambina, sono proprio pazzo…ma non riesco a smettere di sentire il suo profumo. E non è profumo, povera stella, è il sapone di Marsiglia  che su di lei diventa un aroma che mi eccita- pensava fumandosi una sigaretta.
Scosse la testa e prese la moglie alle spalle, tirandole su la sottana e attirandola a se, sbaciucchiandola con frenesia. Eccitato dalla bambina illudeva la moglie facendola sentire una gran femmina.

Il lento stillicidio libidinoso ebbe il suo culmine con un’ amplesso a suo modo dolce per Angelina, gettata sul divano pieno di stoffe tagliate, dall’ uomo che a 10 anni la iniziò alla vita.
L’uomo ormai era impazzito dal desiderio, la seguiva dappertutto, anche alla domenica, nella balera improvvisata sul retro del bar del paese, ritrovo di ragazzini e adulti; lì era stato messo uno dei primi juke box dove con una moneta si ascoltavano canzoni incomprensibili in inglese, ritmate come quelle di Elvis Presley o melodiose, di Rita Pavone.
Incurante degli sguardi incuriositi di adulti e ragazzini che avevano compreso la sua ossessione, si appostava vicino al cesso ancora alla turca, in fondo al cortile, e quando Angelina, come capita a tutti doveva servirsene, era costretta a pagare pegno con una intimità violata anche nei suoi bisogni corporali, che eccitavano ancora di più il sarto.
Lei chiusa dentro al cesso, cercava di blandirlo –No, no non così sarto, no, mi fai male, mi sporchi, poi se ne accorgono!- sussurrava, ma lui con un grugnito di passione amorosa, la piegava alle sue voglie.
Continuò così per metà estate fino a quando qualcuno che aveva sentito gli inutili no di Angelina, non ne informò la moglie.
L’ira di una consorte offesa, si riversò tutta su quella povera bambina, colpevole seduttrice di quel cinquantenne ormai in cammino verso l’andropausa, innamorato di vita giovane. E tutto il paese solidale con la moglie tradita, cercava la conferma di comportamenti consapevolmente traviati in quella piccola vittima bambina.
Nessuno la difese, nemmeno da se stessa. Fu allontanata da casa presa come servetta da alcuni parenti. a 13 anni, ebbe un figlio non si seppe mai da chi, e fu messo subito in un istituto.
Dopo qualche anno, morì uccisa con una coltellata vibrata da un cliente rimasto anonimo che non voleva pagarle il prezzo di un po’ d’amore rubato per strada.
Ancora vittima per l’ennesima volta di un furto, anni dopo quello del suo cuore innocente e della sua infanzia violata all’età di 10 anni, risarcita forse solo nel ricordo di chi esente da pregiudizi, la ricorda ancora con infinita compassione.
12.4.2011

r.g.

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Bello d’amore di Fausto Corsetti

i-1031 Ho ricevuto questo intenso commento al mio post Amore, desidero evidenziarne la stupenda sensibilità! grazie Fausto!

Penso che l’esperienza della bellezza avvenga solo eccezionalmente o in certi periodi della vita. E’ quello che provano, ad esempio, il padre o la madre quando hanno bambini piccoli: è una continua sorpresa, una continua scoperta della bellezza, che diventa bisogno di abbracciarli, di baciarli per trattenere qualcosa di loro dentro di sé.
Allo stesso modo quando siamo innamorati e osserviamo incantati il volto, il corpo, il modo di parlare, di camminare della persona amata e siamo grati che ci sia stato concesso un tale dono, un tale incredibile privilegio.
L’amore ci rende capaci di vedere con altri occhi anche la bellezza del mondo che ci circonda.
Qualcuno sostiene che è un’illusione, che quando siamo innamorati proiettiamo sul mondo le nostre fantasie, ma io credo invece si rafforzino le nostre capacità di osservare e ascoltare. E, quando facciamo un viaggio o solo una passeggiata con la persona di cui siamo innamorati scopriamo, come una rivelazione, la stupefacente bellezza dei tetti delle case di un paesino che visitiamo, l’incanto delle falde di una montagna che precipita in un bosco, il fuoco di un tramonto o la dolce poesia di un campanile immersi nell’azzurro che non avremmo mai guardato. E tutto si moltiplica se ne parliamo, se condividiamo questi pensieri e queste emozioni con la persona che amiamo.
E, quando cogliamo la bellezza di un paesaggio o di un’opera d’arte da soli, abbiamo un’esperienza che è in qualche modo affine all’incanto, al rapimento d’amore.
In quell’istante è come se cadessero le barriere che ci isolano dal mondo e l’essenza dell’oggetto irrompe, si impossessa di noi. Come nell’amore quando entriamo in contatto diretto con la natura più profonda dell’altro, ne cogliamo l’incredibile, stupefacente unicità.
Non c’è da meravigliarsi quindi se l’amore ci conduce a vedere la bellezza. Perché ci apre gli occhi, ci spalanca il cuore, ci pone in relazione con la realtà.
Avviene l’opposto se invece siamo chiusi in noi stessi, tristi, diffidenti perché quando il nostro cuore è chiuso, sono chiusi anche i nostri occhi. E possiamo passare davanti alle più stupefacenti meraviglie della natura, alle più straordinarie opere d’arte senza vedere, senza sentire.
Non spaventa il nuovo che viene, non sarà facilmente dimenticato il giorno che è passato, se solo riusciamo ad ascoltare, tra fragilità, apprensioni e incertezze, che il nostro nome è scritto sul palmo della mano della persona amata.
Ogni stagione ha il proprio amore, ogni amore la propria stagione.
Ogni stagione della vita è bella e significativa, e non solo la giovinezza fresca e aitante, come vuole convincerci un eterno luogo comune e una pubblicità fatta solo di corpi levigati e frementi dai quali è cancellato ogni segno del tempo.
L’autunno, ad esempio, ha forse colori più belli e atmosfere più intense rispetto allo splendore chiassoso, fin eccessivo dell’estate e alla freschezza acerba della primavera. Dunque, viviamoci in pienezza ogni amore in ogni stagione della vita, senza nostalgie o frenesie: c’è sempre un fiore, un’emozione, una bellezza che ci attende, una sorpresa per ogni fase dell’esistenza.

Risposte

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Anna si svegliò di colpo. Un calpestio di passi arrivò alla sua parte sempre vigile; le persone quando invecchiano hanno il sonno leggero. Anna aveva i capelli ricci e ormai sfumati di grigio. -Pellicano riccio-, la canzonava suo figlio.

È un uccello grande il pellicano, previdente, e secondo una leggenda generoso al punto di squarciarsi il petto per nutrire col proprio sangue i piccoli in carenza di cibo. Elegante solo in volo verso mete lontane. Considerata l’ età non più giovane in contrasto con l’ aspetto ancora affascinante, il suo carattere e l’ amore incondizionato verso suo figlio, era un nomignolo perfetto.

Udì sorpresa e con un guizzo di paura, rinchiudersi la porta di casa, e il familiare e festoso mugolare di benvenuto della sua cagnolina. Si alzò senza fare rumore, afferrò una coperta, e senza infilare le ciabatte – tanto aveva i calzettoni di lana- scese le scale. Dal lucernario la luna rischiarava la scala e il salotto. C’ era una grande ombra in piedi, davanti al divano con accanto la cagnolina intenta ad annusarla. La piccola coda sferzava l’ aria, rumorosa come lo sbattere di un tovagliolo quando lo si libera dalle briciole…
*

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Qualche ora prima, Anna aveva passeggiato solitaria nel sentiero dietro la casa, ai margini del bosco. Il cielo era grigio. Il freddo pungente e le piccole punture degli aghi del nevischio la rendevano dolorosamente viva. Le bacche della rosa canina stavano cambiando colore; il colore del freddo, rosso scuro che virava al marrone. Lo stesso delle prime macchie della vecchiaia sulla pelle.

Era la vigilia di Natale, -una ricorrenza travisata- pensò rassegnata. Natale, la nascita di un bambino, puro amore incarnato… o forse è una leggenda? Poi si ricordò quando da piccola attendeva i doni: l’ attesa gioiosa, la pace e il gioco. Ecco per i bambini è solo quello il significato. Invece gli adulti pragmatici, ormai non sentono più l’ atmosfera di pace; forse solo i genitori riescono a percepirla ancora, come riflesso della gioia, della aspettativa dei piccoli… Ma pochi si fermano a riflettere sul profondo significato del Natale: qualcuno nato per insegnare i segreti della pacifica convivenza fra uomini, ucciso da chi non voleva cambiare. Qualcuno contestato ancora oggi. Però anche ammettendo che tutto sia solo una leggenda, il bisogno di non crederci soli, di sapere che qualcosa ci attende oltre il ciclo della vita, della sua perenne rinascita, è molto forte!

Si, certo, la natura la vediamo rinascere puntuale ad ogni primavera, ma noi? A parte il tramandarsi infinito di padre in figlio, dove finiscono i nostri pensieri, le emozioni? Dove? Perché nel mondo prevalgono ingiustizia e cattiveria, e perché nessuno è capace di riflettere sugli insegnamenti di quel piccolo fagottino che attirò amore anche da adulto? … Gesù, un nome che a pronunciarlo sembra un sospiro…

Allora Anna, per la prima volta nella sua vita, chiese qualcosa. Non a Babbo Natale perché non esiste, è una leggenda, nè  all’immagine dal potere assoluto in sembianze maschili, Dio… bensì alla divinità femminile perché più vicina a lei. Rivolse una preghiera alla Madre degli uomini, all’ essenza spirituale capace di partorire nuova vita, la Madonna… -Ti prego Madre divina, convinci Dio a cambiare questo mondo pieno di atrocità e di infamia, tu sai come fare, noi donne terrestri abbiamo perso la capacità di influire sui nostri uomini… non ci ascoltano più, forse nemmeno ci vedono come una parte necessaria. Credono di bastare a se stessi, anche per replicarsi…
*

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Anna inquieta, accese la luce e dopo il primo attimo di spavento, si sfregò gli occhi. Un uomo barbuto perfettamente a suo agio, nella sua casa e in piena notte, le sorrideva porgendole una busta. Indossava la divisa classica da Babbo Natale, completa di berretto e fiocco:

-Per te, disse, in questa lettera c’è la risposta alle tue domande-
-Aspetta, disse Anna, non andare via, lasciami leggere.- Poi mentre apriva: -come hai fatto ad entrare, io avevo chiuso. E adesso sono sconcertata. Tu sembri Babbo Natale: allora esisti, ma è mai possibile? –
E premette le unghie dentro al palmo chiuso, sentendo sorpresa il giusto dolore. Allora non era un sogno!

In un carattere grande e in rosso, sul foglio, c’ era scritto: DOVETE REIMPARARE A SOGNARE.
-E come si fa? Disse Anna, senza alzare il capo, rivolta a se stessa. E poi la vita è realtà.-
-Ti sbagli – disse Babbo Natale – è l’ errore che fanno tutti gli uomini. Voi siete il duplicato, anzi ormai la brutta copia, del Creatore. E come credi sia nato il mondo? Da un pensiero, dalla sua emozione, dall’ alchimia di queste energie, che unendosi hanno creato la materia. Come credi sia possibile che ci sia così tanta cattiveria e poca bontà tra voi uomini?
Perché la scelta che molti di voi fanno, è di pensare a cose frivole, che appagano il vostro incredibile orgoglio, la vostra sete di perfezione, e la voglia di dominare gli altri. Voi soffrite ancora da adulti, la mancanza dell’ amore che non riuscite più a dare ai vostri figli, e la volete compensare con le cose. E volete di più, volete diventare guide frivole per tutti gli altri. I vostri sogni sono solo FATTI DI POTERE E DOMINIO. Non pensate più all’ amore, agli altri, ma solo al vostro piccolo egoistico piacere. Avete smesso di sognare in positivo: troppi di voi hanno pensieri malvagi o di odio. Non avete capito che il pensiero è un’ onda che si aggrega a quelle simili: il bene da una parte e il male dall’ altra, in continuo equilibrio. Per fortuna che il bene ha la parte maggiore nell’ etere, altrimenti il mondo finirebbe.

Non avete ancora compreso che per sconfiggere il male – non eliminarlo, perché serve anch’ esso- dovete ritornare a sognare, ad occhi aperti, e volere cose positive, sognare sentimenti positivi. Il sogno è l’ inizio della creazione, tutto quello che sognate, buono o cattivo, alla fine si concretizza…è una legge divina, la legge di Dio…-
*
Sentì improvvisamente freddo Anna, e sollevando gli occhi vide la sua cagnolina che la leccava. Si ritrovò sdraiata ai piedi del divano. La sveglia segnava le tre: piena notte… ricordò le parole di Babbo Natale; ma allora, realizzò, era tutto un sogno! Forse anche quello che stava ricordando era senza senso. Si avviò verso la cucina per scaldarsi un poco di latte. Si sa che concilia il sonno. Si aggrappò a un mobile: aveva messo il piede su qualcosa che l’ aveva fatta scivolare… lo raccolse, un foglio piegato, dentro un’ unica frase: DOVETE REIMPARARE A SOGNARE…

16/62012